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INTERVISTA CON
RICCARDO BELLONI
Presidente ed Executive Partner di MEGA HR
Consulting Group
| Massimiliano Ghini - Presidente e Fondatore di
Six Seconds Italia.
Questa intervista nasce a seguito del piacevole
colloquio avuto qualche mese fa con Riccardo
Belloni, Presidente ed Executive Partner di MEGA
HR Consulting Group.
Per far
comprendere quanto l’Intelligenza Emotiva sia una
competenza assolutamente fondamentale nella vita
professionale di tutti noi, ho sempre cercato di
avvalermi delle esperienze e della professionalità
di chi lavora da anni e con successo in questo
settore.
Riccardo Belloni
mi è stato di grande aiuto e, grazie alla sua
illuminante analisi, siamo in grado oggi di
approfondire meglio il legame esistente tra
emozioni e lavoro ed, in particolare, tra
Intelligenza Emotiva e selezione.
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Six Seconds è internazionalmente
accreditata come il maggior network di
studi sull’Intelligenza Emotiva e, in
quanto società di nicchia, il suo business
model si pone alle spalle delle società di
consulenza grazie alle quali riesce a
portare avanti importanti progetti di
studio e divulgazione. |
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Riccardo
Belloni opera da oltre 30 anni nell'ambito
della Consulenza Direzionale nell’area delle
Risorse Umane ed è stato Partner di
prestigiose Società di Consulenza italiane.
Nel 1995 ha fondato MEGA HR
Consulting Group, il cui “core business” è:
- Executive Search
- Search and Selection
- HR Development
- Management Consulting
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1. Rispetto alla sua esperienza, come è
cambiato il mondo della selezione in questi ultimi
anni? Cosa chiedono oggi le aziende?
Il mondo della selezione è cambiato soprattutto
in relazione ai processi che lo governano: la
gestione informatizzata delle attività, dei
curricula, dei questionari e dei test, ha reso la
nostra attività più snella e flessibile.
Oggi possiamo accedere, agevolmente ed in pochi
secondi, ad informazioni che richiedevano sforzi
mnemonici ed un enorme lavoro cartaceo.
Inoltre, si sono modificati anche i nostri
interlocutori abituali (i candidati che
selezioniamo), perché molto più informati che in
passato; siano essi manager affermati o
neolaureati alla ricerca del primo lavoro, che
vengano nel nostro studio per le interviste o che
incontriamo presso le aziende clienti, sono quasi
sempre persone che hanno già le idee chiare
rispetto alle tecniche di selezione – colloqui di
gruppo, assessment, valutazione del potenziale,
test – perché si sono preparati attraverso
letture, career day ed orientation workshop.
Sono cambiati anche i nostri rapporti con i
Clienti, con i manager e professional aziendali
che coordinano i progetti di selezione: oggi sono
professionisti molto più esigenti e propositivi
che nel passato, e ciò rende più impegnativo ma
anche più stimolante e creativo il nostro lavoro.
2. Quali sono i requisiti che oggi le aziende
cercano nei giovani neolaureati e nei manager di
alto profilo?
Dai neo, le aziende si aspettano “il talento”
che è poi un mix di energia, voglia di fare,
curiosità, capacità di apprendimento
teorico-pratico, facilità di relazione formale e
informale, conoscenza delle lingue, orientamento
per l’innovazione e, naturalmente, disponibilità
ai trasferimenti in Italia e all’estero.
Dai manager, si aspettano anche di più;
ricercano padronanza delle competenze tecniche e
professionali, profonda conoscenza di mercati e
scenari di riferimento, ma soprattutto la capacità
di gestione autorevole del dissenso, di
identificazione piena con gli obiettivi ed i
valori dello specifico contesto aziendale, di
coordinamento dei gruppi, di interazione con le
differenti psicologie ed etnie, di gestione dello
stress legato al cambiamento ed alle decisioni
importanti, e quella flessibilità, intesa come
adattamento al contesto, che è indispensabile per
captare e poi governare, i mutamenti dello
scenario economico/produttivo aziendale, oggi
sempre più repentini.
3. L’Intelligenza Emotiva può rappresentare un
valido supporto per i manager del futuro che
desiderano accrescere le proprie skill e la
propria efficacia personale?
Attraversiamo periodi socio-culturali di
crescente instabilità, dove il mutamento radicale
è regola e dove, per sopravvivere e per pilotare
(non subire) gli eventi, dobbiamo salvaguardare il
nostro equilibrio emotivo.
Coloro che ricoprono posizioni di
responsabilità apicale, o che hanno davanti un
lungo e faticoso percorso di carriera, devono
essere in grado di fronteggiare, senza subire,
rebound psicologici negativi, rapporti con
interlocutori difficili, con collaboratori poco
costruttivi, con competitor aggressivi, con
situazioni di potere da decodificare e gestire.
Proprio per questo la self efficiency e il
benessere mentale, e quindi la capacità di gestire
i registri emotivi del comportamento, diventano
punti di snodo insostituibili nella riuscita
professionale. L’Intelligenza Emotiva diventa
quindi un’abilità decisiva per proteggere e
conservare noi stessi in maniera efficace, e per
incrementare, significativamente, la performance
individuale.
4. Mi può raccontare un aneddoto in cui un
manager avrebbe potuto usare, ma non l’ha fatto,
la sua Intelligenza Emotiva per risolvere al
meglio una situazione delicata?
Posso fare riferimento a ben due situazioni.
La prima riguarda un manager dell’editoria. La
sua forte competenza tecnica lo porta ad un rapido
percorso di carriera diventando, relativamente
giovane, Responsabile dei sistemi informativi di
una società appartenente ad un gruppo
multinazionale. E’ ad un passo dall’assumere la
posizione di responsabile I.T.C. del gruppo,
quando entra in conflitto con l’Amministratore
Delegato. Non riesce a gestire la frustrazione
derivante dal rapporto con una persona
particolarmente direttiva ed autoritaria; dopo
qualche segnale premonitore del contrasto aperto
si arriva ad un vero e proprio scontro verbale, in
occasione di una riunione del Comitato Direttivo.
A distanza di due anni, nel raccontarmi quell’episodio,
gli si alterava ancora la voce e la mimica
facciale.
Quell’episodio ha segnato la fine della sua
carriera, almeno in quell’azienda. Non è più
riuscito a recuperare né il rapporto con l’A.D. né
la sua posizione aziendale; ha dovuto, suo
malgrado, cercare altre opportunità di lavoro.
Intelligenza Emotiva significa consapevolezza di
un problema, e qui il manager protagonista
dell’episodio era stato efficace, ma significa
anche prendere in mano la situazione prima che sia
troppo tardi, gestendo anche emozioni non
piacevoli. Se non si riesce ad avere un controllo
su quest’ultimo processo, si rischia di diventare
vittime delle situazioni e non protagonisti!
Il secondo episodio riguarda un Top Manager
Operations di un gruppo industriale. E’ la
convention annuale e, prima della cena, sale sul
palco per leggere un draft sui risultati
dell’anno. Inizia a parlare e poco dopo si
interrompe…si ferma ….e poi si blocca…sono attimi
eterni di imbarazzo generale…poi abbandona la
scena e a niente servono le esortazioni dei più
stretti colleghi, non ce la fa a tornare sul
palco…E’ l’inizio della fine…dopo qualche
settimana si mette in malattia…la sua immagine
professionale è pressoché distrutta.
Ma qual è la causa? Un momento di impasse o un
tratto caratteriale? Difficile dirlo ma
sicuramente una fragilità emotiva non compatibile
con una posizione di caratura manageriale. Anche
in questo caso qualche segnale premonitore si era
già visto…l’insicurezza e il senso di
inadeguatezza per un ruolo di rilevo erano già
emersi. In questa storia emerge, in tutta la sua
forza, l’emozione come informazione utile da
considerare al fine di scegliersi il miglior
futuro possibile. In altre parole, l’Intelligenza
Emotiva risulta essere “controllore e guida del
nostro percorso personale e professionale”.
5. Nel libro “La competenza nel lavoro” di
Spencer e Spencer, è scritto: “è possibile
insegnare ad un tacchino ad arrampicarsi sugli
alberi, ma è meglio assumere uno scoiattolo”. Cosa
ne pensa? Secondo lei è importante selezionare
persone già con alto potenziale emotivo?
E’ senz’altro utile selezionare candidati con
alto potenziale, anche se non ci aspettiamo,
soprattutto dalle persone più giovani, un perfetto
autocontrollo nelle situazioni ad elevata valenza
emotiva. Dobbiamo immaginare queste persone di
25-30 anni, dopo un percorso di “addestramento sul
campo” di alcuni anni, durante il quale avranno
modo, sollecitati dagli eventi e con i supporti
formativi, di bilanciare meglio i loro gap
emozionali, arrivando ad esempio, a saper
manifestare con forza il dissenso senza scomporsi
e senza scatenare conflitti inutili e
psicologicamente faticosi. Certo, poter contare
sin dall’inizio su una facilità di espressione e
comunicazione delle emozioni, è preferibile, sia
in un’ottica a breve termine, mi riferisco ad una
riduzione significativa dei tempi e dei costi
relativi alla fase di inserimento della persona,
sia in un’ottica a lungo termine, nella gestione e
nel controllo delle situazioni più delicate.
Con i manager più strutturati il discorso è
molto diverso; per posizioni di elevato standing
professionale e manageriale, cerchiamo la capacità
di comunicare a tutti i livelli di difficoltà:
nelle fasi di pressing, quando mancano le
informazioni necessarie e bisogna comunque
decidere, quando la complessità e l’imprevisto
diventano una minaccia, quando i rapporti
interpersonali sono ambigui e vanno chiariti. Da
non sottovalutare, inoltre, l’utilizzo
dell’Intelligenza Emotiva per la creazione di un
buon clima lavorativo: risulta superfluo citare
gli innumerevoli studi che fanno luce sulla
relazione esistente tra il clima lavorativo e la
performance!
6. Quali sono i passi che Mega HR sta compiendo
per aiutare i propri candidati a lavorare
sull’Intelligenza Emotiva?
Utilizziamo tutti gli strumenti di valutazione
della gestione delle emozioni, dell’autocontrollo
e della comunicazione non verbale a nostra
disposizione; abbiamo il riscontro nelle classiche
prove di assessment (discussioni di gruppo ed
interviste individuali, interview simulation,
analisi di casi, testi specifici sull’Intelligenza
Emotiva, conferenze in italiano e in inglese).
Raccolte queste informazioni, cerchiamo di
definire, con incontri di counselling, i piani
formativi e di coaching, intervenendo
sull’individuo e sul suo gruppo organizzativo di
riferimento (capi, clienti interni-esterni,
collaboratori).
7. Perché è importante, secondo lei, misurare
con strumenti rigorosi e scientifici, le proprie
competenze emotive?
Le modalità di gestione delle nostre emozioni e
dei comportamenti che ne derivano, fanno la
differenza tra una vita armonica - sul lavoro e
fuori del lavoro - ed una vita arida, frustrante,
piena di ansia e scontentezza. La serietà degli
strumenti utilizzati diventa quindi la componente
decisiva ed imprescindibile perché questi fattori,
decisivi per la vita del singolo, siano rilevati
in maniera accurata. E’ necessario che la
misurazione si fondi sulla scientificità del
metodo.
Dobbiamo fare tutti gli sforzi possibili, come
professionisti di Risorse Umane, per affinare i
nostri strumenti e per renderli più rigorosi e
finalizzati al miglioramento delle competenze
emotive?
Mi scusi,…ma la domanda è retorica e la
risposta è scontata!
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